Ransomware: se paghi spendi il doppio

Una ricerca realizzata da Sophos evidenzia che le aziende che accettano di pagare il riscatto spendono fino al doppio in più per ripristinare le attività

 

  Sophos, attiva nella sicurezza informatica, ha annunciato i risultati della sua ricerca The State of Ransomware 2020, che ha evidenziato come il costo totale per il recupero dei dati criptati durante un attacco ransomware  raddoppi quando le aziende decidono di pagare il riscatto estorto dai cybercriminali.

Vediamo in sintesi   alcune delle tendenze emerse dal survey che ha coinvolto 5.000 responsabili IT di imprese presenti in 26 paesi di tutto il mondo:

  • più della metà (51%)delle aziende intervistate ha subito un significativo attacco ransomware nel corso dei 12 mesi precedenti, rispetto al 54% rilevato del 2017
  • in quasi tre quarti (73%)degli attacchi, i  dati sono stati criptati
  • il costo medio di un attacco è stato di oltre 730.000 dollari, derivante dai tempi di fermo aziendale, gli ordini persi, i costi operativi ecc.
  • il costo medio aumenta sensibilmente fino a 1,4 milioni di dollari,quindi quasi il doppio, nei casi in cui le aziende abbiano  scelto di pagare il riscatto.
  • più di un quarto (27%)delle organizzazioni colpite dal ransomware ha ammesso di aver pagato il riscatto.

“Spesso le aziende si sentono messe sotto pressione perché si ritiene che pagando il riscatto sarà possibile limitare i danni, ma è solo un’illusione. La ricerca svolta da Sophos mostra che pagare il riscatto comporta pochi benefici in termini di tempo e costi. Questo perché una sola chiave per la decodifica dei dati potrebbe non essere sufficiente per il recupero degli stessi in quanto spesso i cyber criminali utilizzano diverse chiavi, rendendo l’operazione di ripristino complessa e dispendiosa”, ha spiegato Chester Wisniewski, principal research scientist di Sophos.

Rifiutarsi paga

Più della metà (56%) dei responsabili IT intervistati è stata in grado di recuperare i propri dati senza pagare il riscatto avvalendosi di strumenti di backup, mentre solo in una piccolissima minoranza di casi (1%), il pagamento del riscatto non ha portato al ripristino della condizione precedente l’attacco.

Questo dato sale al 5% per quanto concerne gli enti pubblici: in questo ambito, i 13% non è mai riuscito a ripristinare i propri dati criptati, mentre il dato complessivo sul campione esaminato si ferma al 6%.

Tuttavia, contrariamente a quanto si crede, il settore pubblico è stato il meno colpito dal ransomware: il 45% del campione, appartenente a tale categoria, ha dichiarato di aver subito un attacco significativo nell’anno precedente.

A livello globale, sono i settori dei media e dell’entertainment ad essere maggiormente colpiti, con ben il 60% degli intervistati che hanno confermato di essere stati vittime di ransomware.

“È fondamentale che le aziende si dotino di un sistema di backup efficace che permetta loro di ripristinare i dati criptati senza pagare gli autori dell’attacco, ma ci sono altri importanti elementi da considerare per proteggere efficacemente le imprese dal ransomware”, ha aggiunto Wisniewski. “Cybercriminali esperti, come coloro che hanno dato vita al ransomware Maze, non si limitano a criptare i file, ma li rubano con l’intento di divulgarli e mettere a rischio la reputazione e l’attività di business delle loro vittime. Un esempio perfetto è stato il ransomware LockBit. Inoltre, alcuni cyber criminali cercano anche di cancellare o di sabotare i backup per rendere più difficile il recupero dei dati da parte delle vittime e portarli così a cedere al ricatto e pagare la somma richiesta. Il modo migliore per affrontare queste situazioni è avere sempre un backup offline e utilizzare soluzioni di sicurezza efficaci e multilivello che rilevino e blocchino gli attacchi in diverse fasi”. Di certo si può essere d’accordo con i suggerimenti del manager.