Le prospettive dell’intelligenza artificiale nel business e nel social

Dal fornitore al Retailer  si diffonde l’IA, con impatti positivi sulla produzione, sulla supply chain e sull’ambiente

 

Si sente sempre spesso più parlare del ricorso all’intelligenza artificiale, o  IA, o AI in anglosassone, nei processi di business, produttivi, gestionali, di pianificazione eccetera. Praticamente  non sembra esistere campo dello scibile in cui non  si pensi all’IA per migliorare i risultati di business.

Ma cosa ci si deve realmente , o perlomeno presumibilmente attendere da una tecnologia che se promette  e lascia intravedere ampi benefici  per il business solleva però qualche perplessità per quanto concerne l’impatto che poterebbe avere una sua adozione massiccia dal punto di vista sociale?

Una disanima e considerazioni  su quello che  dovrebbe essere la IA perlomeno nel breve termine, nel 2020, è stata fatta da JDA Software, disanima che offre lo spazio a spunti e considerazioni interessanti.

L’IA dal produttore al retail 

Un primo punto evidenziato è relativo al suo impatto  sul modo di impostare le strategie decisionali. E’ universalmente accettato che  l’AI dovrebbe contribuire a migliorare processi complessi e a superare l’apprendimento basato solo sulla correlazioni dei dati storici.

Un esempio  è quello offerto dal mondo del retail, dove è prassi comune  che gli operatori del settore si concentrino sui clienti fidelizzati ma dove la marginalità potrebbe essere migliorata adottando strategie commerciali specifiche  pensate anche per gli acquirenti occasionali.

Identificare la tipologia di cliente e il giusto prezzo da proporre può essere possibile  ricorrendo a conoscenze causali basate sull’AI. In pratica, ciò permetterebbe ai retailer di formulare offerte e promozioni sempre più personalizzate, basate anche sulla causalità, e di massimizzare la marginalità delle vendite a clienti non fidelizzati.

Una seconda considerazione  è che i confini aziendali grazie alla AI diverranno sempre più liquidi. Il motivo è che quando l’intelligenza artificiale viene integrata nella supply chain di un’azienda mette a disposizione capacità predittive avanzate che permettono di trarre decisioni più consapevoli e basate su fatti e non su sensazioni.

Se poi l’AI viene integrata trasversalmente a livello  dell’intera organizzazione sino a comprendere il concetto di azienda estesa costituita anche dalla supply chain, ne deriva la possibilità di pianificare meglio le attività di tutti gli attori facenti parte della filiera che va dal produttore al distributore al consumatore.

Ad esempio, se il produttore conosce le attività dei retailer e le conseguenze che queste hanno sulla propria attività, e viceversa, diventa possibile ottimizzare le scorte di prodotti e materie prime ed entrambe le parti avranno la possibilità di migliorare la pianificazione.

L’AI si evidenzia quindi come uno strumento in grado di rendere più efficiente l’intero ecosistema della supply chain, e di conseguenza apportare consistenti e concreti benefici non solo all’azienda che l’adotta ma anche ai suoi partner commerciali.

Il ruolo strategico dell’intelligenza artificiale

 La AI si prevede estenderà  i suoi benefici anche su due altri settori, quello dei manager  per quanto concerne il mondo del lavoro e quello dell’ambiente per quanto concerne la sostenibilità.

Il primo deriva dalla disponibilità  di una nuova generazione di manager che affondano le loro radici culturali e  di formazione scolastica nel pieno dell’era Internet e sono praticamente o quasi nativi digitali. Cosa, questa, che li mette  in grado di comprende il valore aggiunto delle tecnologie cognitive e di coniugarlo con le esigenze del business per affrontare con maggior probabilità di successo le sfide del mercato.

La realtà è che, nonostante assumano un ruolo di rilievo nel futuro digitale delle aziende, i data scientist non potranno fare tutto e si renderanno necessari manager che siano  in grado di riconoscere sia il potenziale delle soluzioni di IA che i processi specifici del business, pena il fallimento o perlomeno il non completo raggiungimento  degli obiettivi postisi con gli investimenti in innovazione digitale.

Per quanto concerne il secondo aspetto, quello più social, va considerato che tecnologia e sostenibilità andranno sempre più al passo e le aziende, utilizzando gli algoritmi dell’Artificial Intelligence avranno la possibilità di meglio misurare gli impatti ambientali e sociali, apportare le correzioni più opportune ai processi produttivi o distributivi e ottimizzare le iniziative a supporto della sostenibilità.

Le tecnologie cognitive possono in sostanza aiutare le aziende a operare in modo responsabile e profittevole favorendo la riduzione degli sprechi, una produzione che sia più efficiente, strategie di trasporto più consapevoli e l’ottimizzazione delle risorse.

Il timore occupazionale

 Ha una certa diffusione la convinzione che l’IA causerà una riduzione dei posti di lavoro.  Il timore non è di certo peregrino e  la diffusione degli assistenti virtuali, dell’automazione nelle risposte dei call center eccetera, di certo non aiuta nel vedere del tutto in modo benevolo l’IA. Si può di certo dire che una certa idea di luddismo pervade  alcuni strati sociali.

Il dubbio che aleggia non è peraltro nell’IA in sé ma se la velocità con cui si diffonde e viene adottata sia congrua o meno con  l’organizzazione sociale, il tempo richiesto per creare posti di lavoro alternativi, convertire la preparazione professionale, eccetera,

Di certo ci sarà sempre bisogno dell’uomo per costruire, guidare e monitorare i sistemi basati su AI. Il problema potrebbe essere tuttavia nel rapporto occupazionale tra  chi gestisce l’IA e chi invece ne subisce le conseguenze.

A mitigare i timori, pur sempre latenti , di una trasformazione digitale che potrebbe risultare troppo impetuosa e rapida, con effetti  che potrebbero essere difficilmente prevedibili per le nazioni avanzate, va però considerato, osserva la disanima,  che quando sono stati inventati i computer, le persone pensavano che ci sarebbe stata una diminuzione di posti di lavoro. La realtà è invece stata che sono andati creandosi nuovi profili professionali più qualificati, e ad oggi scarseggiamo ancora esperti in informatica. Un certo ottimismo quindi si impone ma ricordando il manzoniano “Pedro, adelante con juicio”.