La crescita e gli investimenti digitali nel 2020

Gli investimenti in tecnologie digitali nel 2020 avranno una crescita di quasi il 3%. A guidare le priorità di spesa saranno i budget per Big Data e Cyber Security

 

Se quanto in atto presso le aziende italiane sia dovuto alla necessità oramai non rinviabile di sostituire un parco IT avviato verso l’obsolescenza o la presa d’atto che senza un IT moderno diventa difficile competere sui mercati nazionali e internazionali, non sempre è dato di sapere. Una cosa è però appurata, evidenzia una ricerca condotta presso il Politecnico di Milano: crescono per il quarto anno consecutivo gli investimenti delle imprese italiane nell’innovazione digitale.

E le cifre, visto il tasso di crescita nazionale da prefisso telefonico torinese o milanese, sono di tutto rispetto e in media tra il 2,8% e il 2,9%. A far da traino a questa crescita sono le grandi imprese, che prevedono un incremento nel 45% dei casi, concentrato soprattutto su tecnologie come Big Data Analytics, Cyber Security e sistemi ERP.

Al contrario, solo poco più del 20% delle PMI destinerà più risorse all’IT, in particolare per sistemi ERP, CRM e Mobile Business.

Per gestire i processi di innovazione le imprese prevedono anche di aprirsi a nuove idee e a modelli organizzativi di tipo collaborativo, provenienti in particolare da startup, università-centri di ricerca e aziende che però, la cosa non stupisce, non siano proprie concorrenti.

Quello della innovazione aperta o “Open Innovation” è un fenomeno che è peraltro già realtà tra le grandi imprese, dove oltre il 70% ha avviato iniziative specifiche e circa i due terzi hanno attivato collaborazioni con startup o hanno in programma di farlo.

Anche qui quelle che appaiono in ritardo con questo paradigma sono le PMI, fra le quali solo poco meno del 30% adotta pratiche di innovazione aperta e appena il 4% lavora congiuntamente alle nuove imprese innovative.

Il focus su analitiche, sicurezza e ERP

Pur in un quadro che, come accennato, è di consistente aumento nel suo complesso, diversa si prospetta la situazione a secondo che si tratti di aziende di classe Enterprise o di PMI.

Per il 2020, in particolare, il budget dedicato agli investimenti digitali è previsto aumentare nel 45% delle grandi aziende ma solo della metà (del 23%) per le PMI.

La percentuale di crescita anno su anno è compreso in una forbice abbastanza ristretta tra il 2,8% e il 2,9% e maggiore rispetto al 2,6% che ha caratterizzato il 2018.

Trend IT 2020 - fonte Politecnico di Milano

Trend IT 2020 – fonte Politecnico di Milano

Se dalle medie si passa all’ammontare degli investimenti la forbice però si amplia in modo consistente. Il 27% del campione prevede infatti un aumento del budget superiore al 10%, il 18% compreso fra l’1% e il 10%, il 47%, quasi la metà delle aziende, lo lascerà invece invariato.

Un 8% invece lo diminuirà, cosa che potrebbe corrispondere al fatto che non è necessario o che ha già fatto investimenti nello scorso anno.

Le priorità di spesa ICT appaiono concentrate sul software più che sull’hardware e per le grandi aziende nazionali i settori tecnologici in cui si investirà maggiormente risultano essere in particolare:

  • Big Data Analytics (42%),
  • Cyber Security (36%),
  • sistemi ERP (29%) e CRM (29%).

Ampiamente distaccati risultano essere settori quali Data Center, Mobile Business, Cloud, eCommerce, Industria 4.0, Intelligenza Artificiale e Machine Learning.

Marginale si evidenzia la Blockchain (3%) mentre lo Smart Working totalizza un 10% nonostante la sua già significativa adozione.

Non molto dissimile si presenta lo scenario per le PMI, i cui investimenti ICT si concentreranno invece sui sistemi ERP (37%), CRM (28%), Mobile Business (24%), mentre Intelligenza Artificiale e Machine Learning appaiono in fondo alle attribuzioni di budget.

Collaterale a tutto questo ci sono campi di spesa specifici. Nel 61% delle grandi imprese è previsto ad esempio un budget destinato all’innovazione digitale anche al di fuori dalla Direzione ICT, come il Marketing (71%), seguito da R& e Direzione tecnica (48%) e laddove esiste la Direzione innovazione (40%). Nelle PMI, invece, soltanto il 19% dedicherà fondi all’innovazione digitale fuori dalla Funzione ICT.

Le sfide da affrontare e nuovi modelli organizzativi

 Se in quali tecnologie investire le aziende evidenziano di saperlo in modo chiaro, altrettanto chiare si evidenziano le principali sfide organizzative per gestire l’innovazione digitale in atto e precisamente la ricerca, verifica e sviluppo di competenze digitali congiuntamente all’introduzione di nuove metodologie di lavoro, attività indicate entrambe dal 50% del campione considerato.

Le imprese puntano a superare queste sfide ricorrendo anche a nuovi modelli organizzativi: più di un’impresa su tre, evidenzia lo studio, prevede ad esempio team dedicati a ogni specifico progetto di innovazione digitale (per il 36%), nel 9% dei casi ci sono “comitati interfunzionali” e un terzo delle imprese ha inserito un singolo ruolo dedicato o una Direzione innovazione.

Appare però chiara la diretta correlazione tra capacità di gestire l’innovazione e attitudine imprenditoriale. La correlazione è evidenziata da fatto che quasi il settanta per cento delle grandi imprese stanno attivando stili di leadership indirizzati al change management da parte dei manager (43%), formazione (40%), percorsi di apprendimento per stimolare l’innovatività dei dipendenti (30%), contest e hackathon interni (26%) e attività con startup (10%).

 Il ruolo dell’innovation manager

 E’ nel contesto delle sfide sopra descritto che si consolida il ruolo dell’Innovation Manager. In pratica, emerge dalla ricerca, oltre il 30% delle grandi imprese ha già creato un ruolo o una Direzione dedicata alla innovazione.

Il Ministero dello sviluppo economico (MISE) ha anche introdotto un albo dedicato a questa figura professionale e un voucher a fondo perduto per le PMI.

La misura è indicativa del voler sostenere le imprese anche se a causa delle indubbie difficoltà economiche che interessano l’Italia e le difficoltà di bilancio i 75 milioni di euro complessivamente stanziati permettono di sostenere non più di 2000 imprese.

Va poi osservato la scarsa conoscenza della cosa. Ad oggi solo il 32% delle PMI ne è a conoscenza e, per certi aspetti cosa sorprendente stante le difficoltà dei bilanci aziendali, fra queste soltanto l’11% ha intenzione di usufruirne.

L’Innovation Manager si evidenzia in pratica come il profilo professionale al centro dell’attenzione, anche grazie al recente decreto del citato MISE che ne definisce le caratteristiche.

La figura sta progressivamente entrando nelle grandi imprese, che in un caso su tre hanno già inserito un Innovation manager o una Direzione innovazione, ma nel 76% dei casi è presente da tre anni o meno, segno che per la maggior parte delle imprese si tratta di un profilo ancora nuovo e in buona parte da sperimentare.

La maggioranza delle PMI non ha al contrario in programma di usufruire delle opportunità offerte dal decreto.

Esplorare le opportunità

 Secondo l’identikit tracciato dai responsabili innovazione, le mansioni principali dell’Innovation manager sono valutare e selezionare nuove opportunità di innovazione di potenziali partner come startup e centri di ricerca, gestire il portafoglio dei progetti di innovazione e il relativo budget, favorire il cambiamento culturale e, non ultimo, introdurre nuovi modelli organizzativi.

Le competenze più importanti secondo le aziende sono leadership, capacità di motivare, ispirare i collaboratori e poi “change management”, per superare la sindrome del “si è sempre fatto così”.

Non sorprende tuttavia che la principale difficoltà da superare sia la scarsa propensione al cambiamento presente in molte aziende.

“La trasformazione digitale è in pieno fermento anche nel nostro Paese e i trend positivi negli investimenti dimostrano i risultati concreti di questa scelta. Le imprese devono saperla accogliere, adottando il modello dell’open company: un’organizzazione agile e inclusiva, capace di ingaggiare l’intera popolazione aziendale, aprendosi agli stimoli provenienti da un ecosistema eterogeneo e in trasformazione”, ha commentato Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy.

La Open Innovation si fa strada

 Nel quadro economico attuale e della continua innovazione a cui le aziende sono sottoposte dalle diverse forze che agiscono sul mercato, l’Open Innovation è ormai una realtà nel 73% delle grandi imprese e nel 28% delle PMI.

Trend IT 2020 - Open Innovation - Fonte Politecnico di Milano

Trend IT 2020 – Open Innovation – Fonte Politecnico di Milano

Le principali fonti di innovazione dell’ultimo triennio sono però ancora sostanzialmente di tipo tradizionale e concentrate su 4 filoni:

  • I top manager (43%).
  • Le funzioni aziendali (39%).
  • I fornitori di soluzioni ICT (39%).
  • Le società di consulenza (30%)

Ancora limitato appare invece il ricorso a unità di R&D (20%), startup (14%), centri di ricerca (19%) e aziende non concorrenti (4%).

Se si analizza però la tendenza del prossimo triennio, alcune fonti tradizionali si ridurranno (top management, società di consulenza, fornitori di soluzioni ICT), mentre ci si rivolgerà di più ai nuovi interlocutori, come le unità ricerca e sviluppo (+15%), università e centri di ricerca (+32%), startup (+83%) e aziende non concorrenti (+106%).

In sostanza, oltre il 70% delle grandi imprese adotta iniziative di Open Innovation incorporando stimoli esterni di innovazione all’interno dei processi aziendali (secondo il modello riferito come “Inbound Open Innovation”), in particolare la collaborazione con università e centri di ricerca (64%), startup intelligence (49%) e ricerca di collaborazioni con aziende consolidate (39%).

A questo modello si affianca e si contrappone poi quello riferito invece come “Outbound Open Innovation” che, pur essendo meno diffuso, è in crescita rispetto allo scorso anno e adottato dal 25% del campione. Comprende quelle iniziative volte a esportare stimoli di innovazione interna, soprattutto sviluppo di modelli di business a piattaforma, joint venture con altre realtà o licensing di prodotti.