600.000 e più soddisfatti gli smart worker connazionali

Lo Smart Working si diffonde sia tra le imprese private che nella PA, anche se con dinamiche, motivazioni e difficoltà diverse

 

Una recentissima ricerca getta nuova luce, e cifre, sullo smart working e sul suo stato di adozione tra piccole e grandi imprese, tra il settore privato e pubblico.

Gli smart worker, evidenzia la ricerca realizzata dal Politecnico di Miano, intesi come quei lavoratori dipendenti che godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro e dispongono di strumenti digitali per lavorare in mobilità, sono ormai poco meno di 600.000.

E’ una cifra in aumento del 20% rispetto al 2018, una percentuale questa che da sola illustra bene l’interesse che il fenomeno riscuote.

Un fattore parimenti importante è che in media lo smart worker ha un grado di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale.

Smart Working - 600000 i lavoratori smart in Italia (fonte Politecnico di Milano) lr

Smart Working – 600000 i lavoratori smart in Italia (fonte Politecnico di Milano) lr

Il 76%, emerge dalla ricerca,  risulta soddisfatto del proprio lavoro, a fronte di un 55% degli altri dipendenti. Inoltre,  ammonta a un terzo il numero di quelli che si sentono del tutto coinvolto nella realtà in cui operano e ne condividono obiettivi e priorità. Diverso è per gli altri lavoratori, di cui solo poco più del 20% esprime il medesimo sentimento.

Lo stato di adozione tra le imprese

I numero in gioco si annunciano significativi. Nell’anno in corso la percentuale di grandi imprese che ha avviato al suo interno progetti di Smart Working è risultato del 58%, in contenuta crescita rispetto al 56% dell’anno precedente.

A questa percentuale va però sommato un 7% di imprese che ha già attivato iniziative informali e un 5% che prevede di farlo nei prossimi dodici mesi.  In totale si arriva quindi al 70%. Del restante 30% solo l’8% non sa cosa farà o  non è interessata.

Nelle grandi imprese appare peraltro a regime circa la metà dei progetti strutturati di Smart Working (49%), mentre il 36% sta estendendo la possibilità di adesione a un maggior numero di dipendenti.

Solo per un ridotto 15% si è in presenza di progetti partiti da poco ed è in una fase di sperimentazione. Nella metà dei progetti strutturati, tuttavia, lo Smart Working è concepito solo come lavoro da remoto, mentre la restante parte adotta un modello più esaustivo che prevede sì la flessibilità di luogo e orario ma anche il ripensamento degli ambienti in ottica di “ufficio smart”.

Se si scala verso il basso la dimensione aziendale, quello che emerge è che anche tra le PMI il ricorso allo Smart Working è in crescita, con i progetti strutturati cresciuti dall’8% dello scorso anno al 12% di quello corrente. Un segnale di allarme è però che la percentuale di imprese disinteressate al tema è passata dal 38% ad oltre il 50%.

Lo smart working nelle PMI (fonte Politecnico di Milano)

Lo smart working nelle PMI (fonte Politecnico di Milano)

Fra le ragioni che inducono il 51% delle PMI a non mostrare interesse spiccano la difficoltà di applicare questo modello alla propria realtà (68%) e la resistenza a livello dei manager (23%).

Dati che si spiegano, si osserva nella ricerca e di certo si può essere d’accordo, col fatto che in queste organizzazioni lo Smart Working viene ancora associato alla sola possibilità di lavorare da casa e di conseguenza viene percepito come un modello irrealizzabile nei settori dove la presenza fisica del dipendente è ritenuta indispensabile, come il commercio o la manifattura.

Se s  passa alla tipologia di dipendenti, i soggetti più coinvolti per l’introduzione dello Smart Working nelle PMI sono poi coloro che si occupano di gestione personale (nel 56% dei casi), non sorprendentemente la proprietà (31%) e la direzione IT (30%).

Smart Working e PA

Dove si evidenzia una significativa crescita è invece a livello di Pubbliche Amministrazioni, dove in un anno si è assistito al raddoppio dei progetti strutturati di Smart Working, passati dall’8% al 16%. A questo si aggiunge  il fatto che il 7% delle PA ha dato il via a iniziative informali mentre un 6% le avvierà nei prossimi dodici mesi.

Similmente a quanto si riscontra nel privato, le più avanzate su questa strada sono le PA di grandi dimensioni. Tra esse, il 42% ha già introdotto iniziative strutturate mentre  è del 7% la percentuale di quelle che hanno attivato iniziative per il momento a livello informale. In sostanza, stanno esplorando la situazione.

Come sempre esiste un rovescio della medaglia. Nonostante i dati emersi dalla ricerca siano incoraggianti, se si guarda il classico bicchiere si vede che in buona parte è mezzo vuoto. Quasi il 40% delle PA non ha progetti in corso di Smart Working è incerta (31%) o disinteressata (7%) per quanto concerne la sua adozione.

A questo va aggiunto il fatto che i progetti di Smart Working nelle PA risultano limitati in termine di diffusione interna poiché coinvolgono mediamente il 12% della popolazione dell’amministrazione, percentuale del tutto diversa dall’oltr eil 50% delle imprese private e prossima a quel 10% che la direttiva Madia definiva come limite inferiore all’adozione.

In pratica, verrebbe da dire che il carro della PA si è messo in moto ma che si ha l’impressione che molte entità di essa lo abbiano fatto meramente per  soddisfare un adempimento normativo.

Lo smart working nella PA (fonte Politecnico di Milano)

Lo smart working nella PA (fonte Politecnico di Milano)

Dal punto di vista sociale le principali motivazioni che spingono le PA ad adottare progetti di Smart Working sono una migliore conciliazione fra vita privata e professionale (per il 78% del campione), un maggior benessere organizzativo (71%) e l’aumento della produttività e qualità del lavoro (62%).

Le barriere emerse sono invece la percezione che non sia applicabile alla propria realtà (43%), la mancanza di consapevolezza dei benefici ottenibili (27%) e la presenza di attività poco digitalizzate, vincolata all’utilizzo di documenti cartacei e alla tecnologia inadeguata (21%).

Benefici e contrasti

Anche per quanto riguarda i benefici i contrasti non mancano. Secondo le organizzazioni aziendali i maggiori benefici derivati dall’adozione dello Smart Working sono stati il miglioramento dell’equilibrio fra la vita professionale e quella privata (46%) e la crescita della motivazione e del coinvolgimento dei dipendenti (35%).

La gestione degli smart worker non è però secondo i manager tutto rose e fiori. Tra l spine va annoverata ad esempio la difficoltà nel gestire le urgenze (problema espresso dal 34% dei responsabili), nell’utilizzare le tecnologie (32%) e non sorprendentemente nel pianificare le attività (26%).

Il bicchiere mezzo pieno è costituito invece dal fatto che il 46% dei manager ha dichiarato di non aver riscontrato alcuna criticità.

Diversa però è la percezione se si cambia il punto di riferimento del fenomeno smart working e lo si osserva lato lavoratore.

Dal punto di vista dello smart worker si evidenzia infatti una percezione di isolamento (35%), le distrazioni esterne (21%), e a pari percentuale (11%) i problemi di collaborazione virtuale e la barriera tecnologica (11%).