Inchiesta sullo storage

Lo storage in tante sfaccettature, previsioni di investimento

Ecco una nuova inchiesta di Partners, che si occupa dello storage. È il secondo appuntamento con le nostre inchieste, quindi è bene ribadirne lo spirito, che è quello della curiosità, deformazione professionale di noi giornalisti, su quanto accade “nel” e quanto interessa “il” mercato dell’Information e Communication Technology, sempre più allargata al concetto più ampio del digitale.

In altre parole l’intento di queste inchieste è di misurare “il polso” del mercato da un punto di vista giornalistico, senza alcuna velleità di realizzare un’indagine rigorosa che lasciamo all’esperienza delle società di ricerca specializzate.

Del resto, come già sullo scorso numero, in cui si parlò di GDPR (General Data Protection Regulation), in buona sostanza abbiamo realizzato qualche intervista informale e proposto un sondaggio online, ma senza costruire un campione rappresentativo dell’universo ” fruitori di dispositivi e sistemi storage”, né, tantomeno, un campione numericamente significativo, avendo coinvolto, alla fine meno di 50 aziende (47 per la precisione).

Il tema dello scorso numero ha ovviamente attratto più partecipanti al sondaggio, ma, in effetti, anche lo storage ha un ruolo importante nella protezione dei dati. L’infrastruttura aziendale, infatti, deve prevedere la protezione dei dati sia quelli in produzione sia quelli archiviati e poco utilizzati. Ci sono poi tutti i requisiti previsti da una buona pratica di data management, ancor prima che dai vincoli di conformità alle normative. Del resto riservatezza e integrità del dato sono la base do una corretta gestione, senza dimenticare la non ripudiabilità, fondamentale nell’archiviazione sostitutiva.

La nostra inchiesta intendeva soffermarsi più sugli aspetti infrastrutturali e sulle tendenze legate alle ultime tecnologie storage, come le memorie flash, ma quanto è emerso dalle nostre chiacchierate è un interesse più spostato su altri fronti, come la deduplica e le tecniche di ottimizzazione.

Ne terremo conto ed è anche per questo che annunciamo subito una ripresa a breve di questo argomento. Ci torneremo inoltre perché alcune delle domande poste non sono risultate chiare per taluni rispondenti.

In particolare, è emersa una certa confusione tra cloud, hybrid e on premise. In effetti un’infrastruttura storage ibrida comprende necessariamente sia sistemi installati in casa sia servizi in cloud, pertanto alcune delle persone con cui abbiamo parlato sostenevano che chi ha una struttura ibrida avrebbe dovuto rispondere “hybrid al 100%”.

Chiarito il dubbio, abbiamo deciso di non calcolare le domande sull’attuale struttura e abbiamo considerato, per quella che è diventata la prima domanda tesa a identificare gli ambiti di investimenti nel breve/medio periodo, solo 30 risposte. In particolare, sono state conteggiate le risposte di chi ha distinto (fatto 100 il totale di sistemi e servizi storage), le percentuali di investimento in “sistemi on premise”, in “servizi su cloud” e quella in “soluzioni ibride”, considerando queste ultime come sistemi legati ad applicazioni, le quali sfruttano sia strutture in house sia in cloud, come, per esempio, un processo di analisi di big data che combina dati residenti nel data center aziendale e dati raccolti all’edge.

Per semplificare, abbiamo considerato come “on premise” i sistemi hosted presso cloud provider su sistemi “privati”, cioè non in condivisioni multiutente, mentre sono stati considerati come “public” i servizi di hosting su server e dispositivi condivisi.

Il risultato è una parità tra investimenti On premise e in soluzioni ibride, con la stessa quota del 36,67%, mentre il puro cloud conterà per il 26,67% degli investimenti.

In generale prevale la preoccupazione per la sicurezza, soprattutto per applicazioni che sono considerate critiche, come quelle che portano l’azienda a investire in tecnologie per una trasformazione in chiave “data driven”.

Con questo, però non si vuole classificare il cloud pubblico come non sicuro, fosse solo perché ci sono certamente servizi che forniscono garanzie di protezione elevate. Altresì ci sono servizi utilizzati proprio per tali garanzie, come quelli per il disaster recovery e la business continuity. Permane, però la tendenza a mantenere nel proprio data center i dati ritenuti più importanti per il business, anche in chiave digitale. Sembra, peraltro, esserci una contraddizione nell’investimento on premise, che non tiene conto dell’installato già esistente che non si ritiene di dover dismettere. In taluni casi richiede comunque un’allocazione di budget per la manutenzione

È evidente che le casistiche di utilizzo, ricordiamo l’esempio su riportato o pensiamo a progetti che utilizzano object storage, possono essere molto varie, generando ambiguità e perplessità, come, di fatto, è accaduto, perciò per la prossima inchiesta sullo storage porremo domande più circonstanziate e, magari, presenteremo dati rigorosi prodotti da società di ricerca.

L’iperconvergenza

La risposta sugli investimenti in soluzioni di iperconvergenza sembra emettere una sentenza netta con un 56,67% di rispondenti non interessati, ma alcune delle persone che abbiamo intervistato hanno espresso questo “voto” avendo già avviato attività e, quindi, non ritenendo di doverli considerare in un arco di breve periodo. Inoltre, è bene ricordare che il campione non è rappresentativo: una buona parte delle persone che hanno risposto negativamente operano in piccole imprese e non “ritengono di averne bisogno”.

Qui c’è forse una pecca nella comunicazione da parte delle aziende lato offerta, perché l’iperconvergenza potrebbe portare grandi vantaggi alle piccole e medie imprese. Questo, però, a patto che i partner di canale facciano un salto di qualità e, invece di rivendere hardware tradizionale, limitandosi a fornire all’impresa un servizio di manutenzione per mantenere lo statu quo, si trasformino in fornitori di un servizio: appunto l’IT as a service, che il partner stesso può gestire da remoto chiavi in mano, liberando le Pmi dagli oneri operativi e modificando il loro modello di costo da capex in opex.

Non è poi da trascurare lo sforzo dichiarato, invece, dal 30% dei rispondenti.

Le destinazioni dello storage

Non ci sono sorprese rispetto quanto ci si poteva aspettare in termini di utilizzo dello storage, con la predominanza dell’archiviazione, cui viene destinato mediamente il 46,67% delle risorse. In pratica quasi la metà dello spazio storage viene utilizzato per i dati che sono conservati. Non ci sono stati dubbi tra i rispondenti, ma in molti ci hanno suggerito di entrare più nel merito. Per esempio, indagando sulla percentuale di spazio dedicato all’archiviazione sostitutiva e quanto alla memorizzazione di dati “pronti in linea”.

Avevamo, invece, pensato a sondare l’utilizzo di object storage (impiegato dal 10% dei rispondenti), in quanto spesso a supporto di applicazioni innovative.

Un po’ scarso l’utilizzo di crittografia, ma non è compresa nella quota la memorizzazione di dati cifrati esternamente. Inoltre, alcune soluzioni di archiviazione e così pure talune di disaster recovery comprendono l’encryption dei dati.

Relativamente alta la quota di backup/disaster Recovery, ma va considerato che in molte imprese sono presenti ancora sistemi di replica 1 a 1. La virtualizzazione sta portando rapidamente a un bisogno ridotto di storage destinato alla protezione dei dati.

Le tecnologie

Sempre su un arco temporale di breve periodo, 12 mesi, si è cercato di capire dove si orientano le scelte tecnologiche tra flash e hard disk, in presenza di un’offerta ricca e “agnostica” da parte della maggior parte delle imprese del settore.

Ci si poteva aspettare una quota maggiore di all flash, ma, aldilà delle strutture legacy, che alimentano anche un mercato di mantenimento/sostituzione, c’è attesa per soluzioni di prossima generazione. Il 60% indicato per un impiego di tecnologia mista è frutto anche della fase di transizione.

Va poi sottolineato che gli hard drive, oltre a migliorare le prestazioni, sia in termini di capacità sia spazi, trovano impiego in un crescente numero di applicazioni IoT anche in combinazione con sistemi flash. In altre parole, le memorie flash sono presenti in tutto il mercato, ma meno come unica soluzione.

Le reti

Un elemento di crescente importanza riguarda la velocità di connessione, che dipende molto dai diversi workload e può essere ottimizzata da diverse soluzioni presenti sul mercato. Resta, in ogni caso, centrale la tecnologia di rete utilizzata.

La domanda è stata indirizzata soprattutto alle medie e grandi imprese, il che, in parte, spiega lo scarso utilizzo di sistemi DAS, che trovano sempre meno impiegati in strutture dotate di una rete, anche una semplice Ethernet. In tali ambienti, infatti, sono ormai presenti sistemi NAS, che vengono utilizzati per quasi ogni tipo di esigenza. Purtroppo un dato relativo ai NAS non è presente, perché non è stato incluso nel questionario, ma le persone con le quali abbiamo parlato ci hanno confermato che si tratta di un sistema di connessione onnipresente.

Nelle grandi organizzazioni emerge un utilizzo importante delle SAN (ritrovate nel 31,03% del totale delle imprese).

Si nota anche un testa a testa tra Fibre Channel e Fibre Channel over Ethernet, rispettivamente utilizzati dal 26,59% e il 27,59%.

Per certi versi appare basso l’uso dell’iSCSI, che aiuta nella storage consolidation.

Gaetano Di Blasio ha lavorato presso alcune delle principali riviste specializzate nell’ICT. Giornalista professionista, è iscritto all’ordine dei giornalisti della Lombardia ed è coautore di rapporti, studi e Survey nel settore dell’ICT. Laureato in Ingegneria.